John Mecenroe

Il merito di aver portato al cinema una figura come quella di John Mcenroe, la dobbiamo a Janus Mets. Seguendo la scia di Rush, il film di Ron Howard che aveva raccontato la rivalità e le differenze tra James Hunt e Niki Lauda nella Formula 1 anni ’70, il regista danese ha lavorato sodo per raccontarci le caratteristiche di un grande tennista americano e del suo eterno rivale svedese Bjorn Borg.
Oggi, John Mcenroe, torna di nuovo sul grande schermo con un film diretto da Gil De Kermadec, Mcenroe e l’impero della perfezione, uscito nelle sale lo scorso 6 maggio.
Non una sceneggiatura, non una biografia e nemmeno un ordine preciso che racconta i fatti, ma solo un’analisi, uno studio accurato delle grandi abilità del giocatore e della persona, a partire da un gioco tutto centrato sull’attacco, fino al modo di gestire la rabbia. Forse, proprio quest’ultimo aspetto lo ha reso nel tempo così famoso.
Durante le partite Mcenroe era spesso protagonista di innumerevoli conflitti con arbitri e pubblico. A volte pretendeva che qualcuno gli mostrasse con esattezza il segno lasciato dalla palla per comprendere se questa avesse toccato dentro o fuori; altre si lamentava per il clamore eccessivo del pubblico; per la luce del sole troppo forte; per il canto degli uccelli nel cielo e chi più ne ha più ne metta.
Una delle domande che possiamo porci, durante la proiezione è se Mcenroe fosse realmente così o se seguisse un copione. Nel 1984 Tom Hulce, per recitare il ruolo di Mozart nel film dedicato al compositore austriaco, scelse di ispirarsi proprio a Mcenroe. Ogni movimento, ogni sguardo, ogni suo modo di agire, lasciava immaginare che il tennista americano non era soltanto un giocatore, ma un perfezionista, un personaggio mai disposto ad ammettere i suoi errori, un capriccioso, un eterno insoddisfatto, che pretendeva di essere sempre un numero uno nella vita. Sin dai tempi della scuola infatti, mal digeriva i voti al di sotto dell’eccellenza. Da bambino sua madre gli aveva detto che sarebbe stata orgogliosa di vederlo iscritto all’università e giocare nella squadra americana per la Coppa Davis. E da adulto, quando raggiunse questi obiettivi, lui si ricordò di questa frase e altrettanto semplicemente rispose che avrebbe voluto vincere tutto.
Automaticamente, sorge un altro quesito interessante: Mcenroe, ha davvero vinto tutto?
Senza sottoporsi alla visione del film, potremmo rispondere di si: 77 tornei organizzati dalla ATP, tutti i Grand Slam e la Coppa Davis. A seconda dell’umore, John gestiva e vinceva le partite nel tempo e nel modo che desiderava. Se una volta ha vinto un paio di set in 28 minuti, l’equivalente di un episodio della serie Stanlio e Ollio, in altre circostanze ha portato a termine la partita in 7 ore, il tempo di vedere due film della serie cinematografica Il padrino. Solo una volta le cose non sono andate come Mcenroe avrebbe voluto. Negli ultimi 20 minuti, il film di Gil De Kermadec ci racconta la finale del Roland Garros 1984. Se in un primo momento, l’americano sembrava avere in mano la vittoria, il cecoslovacco Ivan Lendl è riuscito clamorosamente a batterlo contro ogni aspettativa. Per il pluricampione, l’amarezza fu immensa; più che una sconfitta sembrava la fine di una carriera, un lutto; un crollo del mondo addosso.
Quindi John non ha vinto tutto. Oggi, l’unico ricordo che l’americano ha di quella partita è proprio il rammarico per non aver ottenuto il 100% delle vittorie in carriera. Chiunque ascolti questa affermazione dovrebbe rispondere che lui ha fermato la propria percentuale al 96,6 e dunque non ha motivo di lamentarsi. Seppur interessante, il film Mcenroe, l’impero della perfezione, ha un difetto non da poco: essere troppo concentrato sulla tecnica tennistica e sul modo di gestire la tensione in campo. Il risultato finale è un prodotto che rischia di essere più adatto per gli addetti ai lavori. In certi momenti annoia e neanche poco.

Eugenio Bonardi

Commenti

commenti