La bandiera palestinese sia issata al Lido di Venezia!
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V4P ( Venice4Palestine ) nasce nell’estate 2025 dall’aggregazione spontanea di professioniste dell’audiovisivo unite dall’orrore e dalla rabbia per il genocidio del popolo palestinese in corso ad opera del governo e dell’esercito israeliani; è parte di quel movimento collettivo di dissenso e denuncia che ha iniziato a esprimersi in forme organizzate, dalla Global Sumud Florilla alla rete #NoBavaglio, fino alle realtà che hanno organizzato la protesta dello scorso 30 agosto al Lido di Venezia per protestare contro la decisione del direttore artistico della Biernnale 2026, Alberto Barbera, di non issare la bandiera palestinese per tutta la restante durata della Mostra, malgrado lo stesso abbia autorizzato la proiezione, in sede di selezione ufficiale, di due film indicati dalla stessa direzione della manifestazione come palestinesi.
Il direttore Barbera sostiene che il drappo simbolo della Palestina non può essere issato in quanto lo Stato che rivendica la sua sovranità sui territori palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza,la Palestina non è riconosciuto come Stato dall’Italia.
Venice4Palestine, nell’esprimere solidarietà agli artisti che si sono esposti pubblicamente sulla questione Palestina, citando Vanessa Redgrave, Susan Sarandon e Mark Ruffalo, invita la Biennale ad andare “oltre i protocolli”, assumendo una posizione pubblica che si traduca in un gesto concreto e rilancia l’appuntamento del 9 settembre a Roma, dalle 13.00 davanti a Montecitorio, per la maratona di protesta e dissenso: “La solidarietà non si processa, il dissenso non si silenzia”.
Questo il comunicato emesso al riguardo da Venice4Palestine: “ L’attenzione riservata in questi giorni dalla stampa internazionale al nostro appello, che ha già superato il migliaio di firme, conferma che anche a Venezia, come da tempo accade nei festival di cinema, la conversazione è già dominata dal genocidio in Palestina e dal rapporto tra cinema e politica. Crediamo fermamente che il cinema e la creazione artistica hanno sempre un valore politico. Così come le scelte individuali di ognunə di noi. Per questo ringraziamo il direttore Barbera per averci chiarito qualsiasi dubbio rispondendo direttamente alle nostre richieste – e di averlo finalmente fatto in maniera pubblica, chiarendo le sue decisioni. Anche queste scelte hanno un valore politico.
Avevamo chiesto che la bandiera palestinese venisse issata insieme a tutte quelle dei Paesi rappresentati dai film in selezione ufficiale, ma Barbera conferma su Repubblica che la bandiera palestinese non ci sarà – nonostante la presenza di due film palestinesi. Il pretesto addotto dal direttore è che solo le bandiere dei Paesi riconosciuti dallo Stato italiano possono essere esposte dalla Biennale e “la Palestina purtroppo non è ancora uno Stato” afferma – convenientemente trascurando che invece la Palestina è uno Stato per circa 150 altri Paesi nel mondo, compresi 35 Stati europei tra cui Francia, Spagna e Gran Bretagna.
Facciamo presente al direttore Barbera che in realtà lo Stato italiano ha già implicitamente riconosciuto lo Stato della Palestina poiché riconosce, già da tempo, l’ambasciatrice palestinese in Italia, Sua Eccellenza Mona Abuamara. Se è vero che “tutti vorremmo che lo fosse” (uno stato), dice Barbera riferendosi alla Palestina, allora cominci la Biennale a fare dei gesti concreti di solidarietà reale, riconoscendo, come gran parte dell’Europa e del mondo già fanno, che la Palestina già lo è, senza nascondersi dietro regole vetuste e senza usare la selezione dei film come un alibi per non esprimere le proprie posizioni. Non è più tempo. I film parlano per se stessi e tutt’al più per i loro autori, non certo per le istituzioni come la Biennale. C’è ancora tempo invece per un gesto simbolico e concreto allo stesso tempo. In fondo la Mostra ha già de facto riconosciuto la Palestina come Stato, riconoscendola come Paese di origine di due film in selezione ufficiale – come si può leggere nel sito ufficiale della manifestazione. Può benissimo, laddove ci sia una volontà concreta, ufficializzare questa posizione. Rilanciamo quindi la richiesta al direttore di issare la bandiera della Palestina per tutta la restante durata del festival.
E rilanciamo la richiesta che facciamo fin dallo scorso anno che anche le istituzioni, specie quelle culturali, trovino il coraggio di fare uno scarto, di andare oltre i protocolli e di prendere finalmente una posizione chiara e netta che vada oltre le parole, invece di continuare a lasciare che siano artistə e lavoratorə dell’arte e della cultura a doversi assumere, a proprio rischio individuale, la responsabilità di esprimere la protesta e il dissenso di fronte al genocidio del popolo palestinese per mano del Governo di Israele. E il rischio individuale può essere
grande per chi mette la propria popolarità al servizio della lotta palestinese. L’abbiamo visto succedere nel passato, ormai lontano, a Vanessa Redgrave quando lanciò il suo j’accuse contro i teppisti sionisti dal podio degli Oscar; l’abbiamo visto succedere in questi anni di genocidio a Susan Sarandon per aver denunciato pubblicamente quanto accadeva e ancora accade a Gaza; lo vediamo in questi giorni con quanto sta accadendo nei confronti del coraggioso attore Mark Ruffalo, preso di mira da una campagna diffamatoria, tanto ingiustificata quanto strumentale, per essersi espresso con grande forza critica nei confronti di Israele: a tuttə loro – e alle migliaia di altrə che, pur non avendo la stessa forza contrattuale, si sono egualmente espostə – va tutta la nostra solidarietà, il nostro sostegno e la nostra riconoscenza per mostrarci il valore di certe scelte.
Ricordiamo ancora una volta che sionismo non equivale a ebraismo, che il Governo Israele non rappresenta il popolo ebraico nella sua totalità, che antisionismo e antisemitismo sono due cose profondamente diverse e che criticare Israele è legittimo e soprattutto non è interpretabile come espressione di antisemitismo. Per questo mercoledì prossimo 9 settembre saremo a Roma insieme a tutte le altre realtà promotrici per la maratona di protesta e dissenso che avrà luogo dalle ore 13.00 davanti Montecitorio e a cui invitiamo tuttə a partecipare: la solidarietà non si processa, il dissenso non si silenzia.


