“La bambina di Chernobyl” l’esordio al cinema di Massimo Nardin
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Tra i tanti film acclamati ed attesi sul grande schermo durante quest’ultima settimana, uno in particolare merita sicuramente di essere visto: La bambina di Chernobyl, opera prima del regista Massimo Nardin. Questo nome, per chi come il sottoscritto ha avuto modo di conoscerlo apprezzando le sue suggestive lezioni universitarie, rimarrà sempre noto come il prof, capace dalla cattedra di far innamorare ed apprezzare il Cinema; il cinema con la C lettera maiuscola, quello “emarginato”, ma che anche a giorno d’oggi, resta pur sempre autentica testimonianza di vera arte.
Sono trascorsi 40 anni dall’esplosione di Chernobyl. Nina, una ragazza giovane alla ricerca di se stessa e forse un po’ sbandata, è invitata dalla madre a partire alla volta di Ancona per recuperare il testamento dell’uomo che in passato l’aveva ospitata. Appena arrivata, bussa alla porta del figlio di lui Christian, un pasticciere burbero, solitario e diabetico che anche al termine di una giornata lavorativa lunga e faticosa come si prospetta quella che precede Halloween, si è rintanato in casa per preparare una torta di matrimonio.
Lo spettatore si ritrova catapultato nel mondo interiore dei due personaggi che, se in principio non lo sanno, scoprono presto di avere in comune un passato doloroso e cupo. L’intera vicenda si svolge nell’arco di una sola notte, la notte della resa dei conti, in cui i due protagonisti, interpretati da due ottimi attori come Vincenzo Pirrotta e Yeva Sai, dovranno guardarsi dentro, meditando sulla propria vita e focalizzando, come non è mai stato possibile prima, le assolute mancanze di chi ha fatto loro del male.
Mettere insieme la solitudine di Christian e la rabbia di Nina, innesca la miccia che è in loro: La bambina di Chernobyl non è un film d’azione e non si avvale nemmeno di una sceneggiatura ricca di dialoghi. Piuttosto sono gli sguardi intensi; silenzi; lunghi respiri; attimi difficili vissuti in cerca della calma; tentavi (forse utili, forse vani) di trovare un’intesa, a parlare per loro.
La narrazione scorre in modo lento e lineare, ma il vero punto di forza della storia sta nei piccoli dettagli. Al posto di lunghi dialoghi, frasi dirette per dire tutto o inquadrature suggestive di una città. Ancona appare ostile per entrambi i protagonisti durante le loro passeggiate notturne in solitaria, prima per Christian, poi per Nina. Immersi nello stesso dramma, gli attori mostrano tutta la loro abilità, riuscendo a presentarceli come due esseri fragili e stanchi, a cavallo tra rassegnazione e desiderio di riscatto. A parte loro, nel film non sono presenti altri attori coinvolti nella vicenda, nessuno eccetto piccole comparse. In particolare ci riferiamo ai bambini intenti a festeggiare Halloween che appaiono prima nella pasticceria prossima alla chiusura e in seguito a casa di Christian.
Il film, come sottolineato dal regista, è nato grazie alla preziosa collaborazione con l’amico e sceneggiatore fanese Luca Caprara. L’idea di base era realizzare una storia semplice che si svolgesse nell’arco di una giornata o di una notte, che fosse ambientato in una località marchigiana e che non si adattasse al cinema popolare. Un film a basso costo che considerata anche la tematica ed i suoi ritmi non si dilunga troppo, ma che allo stesso tempo si rivela una bella esperienza, offrendo buoni spunti di riflessione e per questo vale la pena non perderlo finché è in sala. Del resto, da un insegnante come Massimo Nardin che al primo incontro dei suoi corsi propone Tarkovskij, per poi continuare spaziando tra i film del movimento Dogma ’95 a David Lynch puoi aspettarti qualsiasi cosa e La bambina di Chernobyl non delude.
Eugenio Bonardi



