Ruben Östlund, Palma d’Oro 2017 con “The Square”, si racconta in una video-intervista #esclusiva di Massimo Nardin

Da Cannes 72, video-intervista esclusiva a Ruben Östlund, il vincitore della Palma d’Oro 2017 con “The Square”. Il quale, tornando quest’anno sulla Croisette, ha rivissuto i bellissimi ricordi che lo legano al Festival di Cannes. Rispondendo alle domande che gli ponevo, ha parlato del suo approccio registico e dei suoi punti di riferimento.

Domanda – Ci sono registi cui si ispira?


D – Che cosa vuole raccontarci con il Suo cinema?

Tra questi “La dolce vita” di Federico Fellini, che secondo lui è un film straordinario, capace di appassionare lo spettatore e nello stesso tempo farlo riflettere su una grande quantità di temi. Östlund ritiene infatti che noi, quando decidiamo di investire al cinema un paio d’ore del nostro tempo, non dobbiamo annoiarci, ma arricchirci per poter poi discutere insieme una volta usciti dalla sala. Non a caso a lui piace partire dagli argomenti dell’attualità – e “Triangle of Sadness”, il suo nuovo film, s’ispira proprio al mondo della moda – per proporre differenti livelli di indagine, prendere cioè le mosse dal realismo per poi distaccarvisi, spingersi lontano ed osservarne le conseguenze.

D – Che cosa intende con “approccio sociologico”?

D – Il Suo cinema va però ben oltre l’indagine sociologica, sorprende, diverte, spiazza…

D – Verrebbe da dire che Lei parte dall’attualità per poi distaccarsene, portando lo spettatore verso altre dimensioni…

D – Che effetto Le ha fatto tornare a Cannes due anni dopo la Palma d’Oro?

Östlund definisce quindi “sociologico” il proprio approccio nei confronti dei personaggi e delle azioni dei suoi film: pur provenendo egli (o proprio perché proviene) da una famiglia socialista, ha rotto precocemente con la discussione politica e Karl Marx (che lui ricorda comunque come uno dei fondatori della “sociologia”), spostando il baricentro dei propri interessi verso la sociologia e il comportamento umano. Per studiare il quale, secondo lui, occorre collocare i personaggi sempre all’interno di un contesto preciso e conflittuale.
Senza dimenticare, però, la fondamentale dimensione dell’intrattenimento, se è vero che, tra i registi che lo hanno ispirato maggiormente, egli annovera Paolo Sorrentino e Michael Haneke. In quest’ultimo in particolare, egli vede uno dei più grandi “intrattenitori”, una dote che in Haneke si unisce a quella di proporre contenuti intellettuali che sfidano continuamente il pubblico e lo stimolano a porsi delle domande radicali. Mentre a Sorrentino egli affianca Leos Carax: è convinto che siano due tra i più grandi registi del nostro tempo.

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