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Serge Latouche, “Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata”, Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2013.

Recensione di Andrea Giostra.

Cos’è l’“obsolescenza programmata” che vuole descrivere Latouche con questo suo bellissimo e interessantissimo saggio? “Obsolescenza”, nell’accezione originaria del termine, viene dal latino obsolescere che rimanda al processo del “logorarsi”, del “cadere in disuso”, dell’”invecchiare”, del “passare di moda”. “Planned obsolescence” (obsolescenza programmata), quando già in fase di progettazione l’azienda produttrice stabilisce “scientificamente” che quel prodotto non deve durare a lungo. In alcuni casi, addirittura, le aziende produttrici di prodotti tecnologici usano il “firmware”, un programma integrato nell’harware che rende quel particolare prodotto inservibile trascorso un determinato lasso di tempo stabilito “cronologicamente” dal produttore, come se fosse un timer che dal momento dal primo uso inizia un conto alla rovescia per bloccarne, dopo un certo numero di minuti, la funzionalità irreversibilmente! Non c’è più alcuna possibilità – come avveniva nel passato – di aggiustare quel particolare prodotto tecnologico. Se si volesse comprare il pezzo da sostituire, in genere è più costoso dell’oggetto nuovo! 

foto Serge_LatoucheE perché mai tutto questo? Perché la società occidentale contemporanea costruita sulla crescita economica illimitata ha fondato il suo destino sull’accumulazione infinita di beni. Il modello di società della crescita, che tutte le più potenti lobby del mondo ci iniettano quotidianamente nel cervello utilizzando tutti i più incisivi mezzi di comunicazione di massa, si basa su un processo tanto semplice quanto schiavizzante: secondo “i grandi Saggi” dell’economia della crescita, il benessere del popolo è basato esclusivamente sul consumo illimitato. Insomma, la crescita per la crescita basata sulla crescita indefinita della produzione e quindi del consumo. E perché tutto ciò accada, la prima regola che devono rispettare le grandi aziende produttrici di beni di consumo, dev’essere quella della obsolescenza programmata.

E’ questo il motivo per il quale una società basata su principi economici perversi e innaturali, quali quelli della crescita illimitata, subisce periodicamente delle drammatiche e disperate crisi economiche – come quella che stiamo vivendo in questi lunghi anni – dovuti fondamentalmente alla sovrapproduzione che si scontra terribilmente con la saturazione dei mercati.

La produzione di prodotti elettronici in serie, per esempio, ha bisogno del consumo di massa per reggere il mercato. Perché ci sia consumo di massa illimitato bisogna “costringere” i consumatori a comprare illimitatamente. E per raggiungere questo risultato bisogna “drogarli” e renderli “dipendenti patologici della crescita economica”. Costringere, cioè, i consumatori a “desiderare” all’infinito.

E il desiderio, si sa, a differenza dei bisogni, non conosce la sazietà.

E’ questo il compito che la pubblicità deve assolvere: presentare i prodotti dell’industria seriale come mezzi per soddisfare i desideri. Desideri che vengono al contempo innescati dalla stessa pubblicità. E per sostenere la domanda è necessario che gli oggetti comprati deperiscano il più velocemente possibile. Ed è qui che trova origine e fondamento il principio dell’obsolescenza programmata. E’ necessario che lo stile di vita dei cittadini sia basato principalmente sul consumo illimitato, come già nel 1950 diceva il famoso analista del mercato americano Victor Lebow: “bisogna mettere a punto una strategia commerciale che trasformi i cittadini in consumatori voraci, maniacali, sperperatori, insomma, sopraffatti dalla coazione a ripetere infinita”.

La nuova e più diffusa forma di schiavitù, costruita con i subdoli, subliminali e potenti mezzi di comunicazione di massa, viene costruita con la pubblicità che deve porsi tre obiettivi per “iniettare psicologicamente” nel consumatore i principi ispiratori per il raggiungimento della sua presunta felicità: il desiderio di consumare, l’accesso facilitato al credito al consumo, l’obsolescenza programmata in grado di rinnovare il desiderio. E questi schiavi siamo noi, i cittadini-consumatori: puerilmente illusi del libero arbitrio e della libertà di scegliere quello che desideriamo. Non a caso Frédéric Beigbeder, noto pubblicitario e adesso apprezzato scrittore, amava dire: “sono un pubblicitario, farvi sbavare e la mia missione. Nel mio mestiere, nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma”.

P.S. – è ulteriormente interessante vedere il film-documentario di produzione spagnola, che ha ispirato questo saggio: “Pret à jeter/ The Light Bulb Conspirancy” (2010) di Cosima Dannoritzer, ovviamente sparito dal mercato e introvabile!

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra