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Umbria Film Festival rende omaggio a Gillo Pontecorvo

Umbria Film Festival rende omaggio a Gillo Pontecorvo

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Dopo gli appuntamenti dedicati a San Francesco, Abdallah Al-Khatib e Dario Fo, l’Umbria Film Festival prosegue il proprio percorso tra cinema, memoria e impegno civile con una serata (il 18 luglio) dedicata al grande regista Gillo Pontecorvo.

A sessant’anni dall’uscita di La battaglia di Algeri, capolavoro del 1966 vincitore del Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, finalmente si ricorda un regista che ha costruito il proprio percorso artistico intorno a un’idea di cinema come strumento di conoscenza e confronto con la realtà. Dalla Resistenza al colonialismo, dalle lotte di liberazione ai conflitti politici del Novecento, la sua opera ha sempre posto al centro il rapporto tra individuo e storia, tra scelte personali e dinamiche collettive.

Dopo gli esordi nel documentario e il successo internazionale di Kapò (1960), Pontecorvo ha realizzato film diventati punti di riferimento per la capacità di affrontare temi complessi attraverso un linguaggio rigoroso e profondamente umano. Il suo cinema non cerca risposte semplici, ma mette lo spettatore di fronte alle contraddizioni della storia, interrogando il rapporto tra potere e persone, violenza e responsabilità, memoria e rappresentazione.

La battaglia di Algeri, sessant’anni di un film ancora attuale

Ambientato tra il 1954 e il 1957 durante la guerra d’indipendenza algerina contro il dominio francese, La battaglia di Algeri racconta la nascita e lo sviluppo del movimento di liberazione algerino e la risposta delle autorità coloniali.

Realizzato nel 1966, il film è diventato un punto di riferimento del cinema mondiale per il suo stile vicino al documentario, l’uso del bianco e nero e la capacità di raccontare un conflitto senza semplificazioni, attraverso uno sguardo corale capace di restituire la complessità della storia.

A sessant’anni dalla sua realizzazione, l’opera continua a parlare al presente. «È un capolavoro rimasto nella storia del cinema – racconta Marco Pontecorvo, figlio del regista – con qualcosa di magico e sempre moderno dentro di sé. I temi che affronta sono ancora attuali: il colonialismo diretto, indiretto, anche solo economico, esiste ancora e il nostro mondo è sempre più attraversato da queste dinamiche».

«È un film che parla della lotta di un popolo per emanciparsi – prosegue – ma non parla solo di questo: parla anche dell’umanità, degli oppressi, degli ultimi e della lotta per raggiungere la propria libertà».

L’eredità di Pontecorvo: verità, linguaggio e complessità dello sguardo

Tra le grandi lezioni lasciate da Gillo Pontecorvo c’è, secondo il figlio Marco, una precisa idea di cinema: «La dittatura della verità».

«Mio padre ha cercato di trasformare La battaglia di Algeri quasi in un cinegiornale – racconta – utilizzando la macchina a mano, lavorando sulla pellicola e scegliendo soluzioni tecniche che potevano sembrare imperfezioni, ma che invece restituivano un senso di realtà».

Un cinema capace di stare dentro le storie e accanto ai protagonisti: «Una delle cose più importanti è la capacità di calarsi dentro le storie, di essere accanto ai personaggi, raccontandoli in ogni sfumatura. La macchina da presa entra silenziosamente nella vita di queste persone, è accanto a loro, è una di loro».

Ma la lezione più complessa riguarda il rapporto tra punto di vista e oggettività: «Una delle cose più difficili da perseguire è avere un punto di vista molto preciso e allo stesso tempo riuscire a mantenere un’oggettività, uno sguardo capace di comprendere la complessità della realtà».

In La battaglia di Algeri, Pontecorvo non rinuncia alla propria posizione, ma evita ogni semplificazione: «Fa lo sforzo di capire anche il punto di vista della controparte, senza dividere la realtà tra buoni e cattivi e senza perdere il proprio sguardo».

Questa ricerca emerge anche nel rapporto con la musica di Ennio Morricone, che contribuisce a riportare al centro l’umanità del conflitto: «Sono morti da tutte e due le parti e il film fa come un passo indietro, non giudica. Non ci sono morti buoni e morti cattivi».

Un’eredità che continua a parlare ai cineasti di oggi: «È incredibile come abbia colpito trasversalmente varie generazioni e nazioni diverse. Ognuno ha trovato qualcosa che gli è rimasto dentro».