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Il diavolo veste Prada 2: vent’anni dopo, il diavolo (forse) vince ancora

Il diavolo veste Prada 2: vent’anni dopo, il diavolo (forse) vince ancora

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Iconico, consapevole, ma meno crudele: il sequel de Il diavolo veste Prada torna a interrogarsi su potere, moda e compromesso in un mondo dominato dalla viralità.

Vent’anni e non sentirli. Bastano le prime note dell’intro per essere immediatamente catapultati indietro nel tempo, in modalità back to… Runway. Il diavolo veste Prada 2 riprende l’eredità di un film diventato culto e sceglie di aggiornare il suo immaginario senza tradirne del tutto l’anima.

I “cattivi” continuano a piacere — e nella moda piacciono ancora di più. Non è un caso se oggi incarnazioni reali di Miranda Priestly spopolano sui social: Giorgina Siviero, ribattezzata da molti “la Miranda italiana”, ne è l’esempio più evidente. Il fascino dell’autorità glaciale resiste, anche (e soprattutto) nell’epoca dell’algoritmo.

La vera novità narrativa del sequel risiede nello sguardo sul mondo editoriale contemporaneo. La carta stampata è ridotta allo “spessore di un filo interdentale”, mentre l’informazione – e il potere che ne deriva – vive di viralità.

Un post, una notizia, uno scandalo possono costruire o distruggere carriere e colossi del business in poche ore. Anche qui, però, la storia sembra dirci che cattive notizie e personaggi spigolosi funzionano ancora meglio di quelli virtuosi.

Il film prova a confrontarsi con temi oggi centrali come body shaming, mobbing e cultura aziendale tossica. Ma la sensazione è quella di un washing più che di un reale cambio di paradigma.

I segnali sono sottili e ambigui: il cappotto di Miranda lasciato appeso, lo sguardo gelido in riunione, la tolleranza verso un assistente “fuori forma”. Elementi che sembrano inseriti più per prendere le distanze dal primo film che per una vera presa di posizione.

Andy torna. Torna da dove era partita, ma con uno stipendio doppio. Una vittoria apparente, che lascia però un retrogusto amaro: il messaggio che passa è che fare ciò che si ama spesso significa accettare di guadagnare meno. Pecunia non olet, ma neppure consola.

Il personaggio di Emily Blunt resta invece il simbolo di una mancata affermazione. Il passaggio al retail appare come un compromesso – professionale e sentimentale – che Miranda aveva sempre previsto. Perché il diavolo, si sa, vede oltre.

Visivamente, il film convince. L’Italia si conferma un set straordinario per produzioni di questo tipo, capace di amplificare charme e glamour.

Gli outfit sono da studiare e archiviare per il guardaroba ideale, la colonna sonora è una perfetta playlist “anti-giornata no”, mentre i cameo – in particolare quello misurato e delizioso di Lady Gaga – arricchiscono senza rubare la scena.

Unica vera pecca: il doppiaggio di Stanley Tucci, che risulta fuori tono rispetto al personaggio. Una scelta che pesa, soprattutto per chi ha amato l’originale.

Il diavolo veste Prada 2 è un sequel consapevole, elegante e nostalgico. Meno feroce del primo, più attento a non “urtare”, ma ancora capace di intrattenere e far discutere.

Il diavolo non spaventa più come una volta, ma continua – in qualche modo – a vincere.

Buona visione, diavolesse.

Di Chiara Carlucci